Pubblico un contributo, di un caro amico, sull'educazione alla famiglia che ci insegna cosa vuol dire amare al propria moglie, il proprio marito.
In un'intervista, uscita
su Avvenire il mese scorso, Jean Vanier usava una frase che mi ha colpito molto.
Dice: "Essere vulnerabili significa essere umani". Questa frase ci
permette di uscire da una visione sbagliata di noi stessi. Essa mostra che la
vera posizione dell'uomo di fronte alla vita è la fiducia in Dio che fa tutte
le cose. E Dio non fa spazzatura. Dobbiamo uscire da una visione moralistica di
noi stessi per cui tutto dipende dalla mia volontà. Dobbiamo uscire da una
visione spiritualistica di noi stessi per cui pensiamo già di essere tutti angeli.
Dobbiamo uscire da una visione razionalistica di noi stessi per cui l'uomo, con
la sua ragione può sistemare tutto, con i suoi calcoli può sistemare tutto.
L'imperfezione sia nostra che degli altri ci scandalizza. Anche semplicemente
la diversità dell'altro, il suo non rispondere a ciò che avevo pensato di lui,
i suoi limiti, i suoi difetti, come anche le sue grandezze mi rendono
invidioso. Non sappiamo stare di fronte a questa diversità e vorremmo che - non
so ….. (che altri) risolvessero tutte queste diversità. L'unità è fatta di
tutte le nostre diversità anzi di tutte le nostre debolezze. Esse non
contraddicono l'unità. Le nostre debolezze non contraddicono la nostra unità se
riconosco ciò che sta prima. Se non riconosciamo l'oggettività della comunione
a cui siamo chiamati le nostre diversità ci divideranno. Se invece riconosciamo
la comunione che ci precede le nostre debolezze si convertiranno in concime che
alimenterà la nostra comunione. L'esempio che mi viene in mente è quello di una
madre e di un padre che hanno un figlio più debole, più fragile. ….. Allora
amare che cos'è? Cosa significa amare, Amare Dio? Cosa significa amare il
prossimo? Abbracciare l'umanità di Cristo. Amare significa abbracciare
l'umanità di Cristo, il prossimo nella sua umanità presente. Riconoscere la
moglie, riconoscere il marito, riconoscere il figlio, l'amico, la figlia -
quello che ho accanto adesso - come membro di un unico corpo a cui io appartengo
e che è la strada verso Dio. Tutta la profondità delle nostre azioni, dei
nostri pensieri, anche dei nostri sentimenti si realizza solo nell'appartenenza
a questo luogo in cui Dio ci ha messo e che si chiama comunione. La comunione
non uccide il mio io, non uccide il tuo io ma anzi, al contrario, consente che
il mio io, che il tuo io possa crescere, possa alimentarsi e trasformarsi,
possa fiorire. La carità come abbraccio all'umanità di Cristo implica, dunque,
un cambiamento di sguardo sulla persona che ho accanto, ripeto, a partire dal
marito, dalla moglie, dal figlio, dalla figlia, dall'amico che ho accanto. Non
significa accettare o tollerare l'altro, tollerare la sua diversità. Si
tollerano le leggi non perfette, ma non si amano. Amare non significa tollerare.
Si tollerano i fastidi ma non si amano. Si amano le persone. Amare significa
scoprire che l'altro proprio nella sua alterità è la strada attraverso cui io
imparo. L'altro, quello che ho accanto, il marito, la moglie così com'è. (….)
Ma l'altro che ho accanto, mia moglie, mio marito sono proprio la strada
attraverso cui io imparo ad amare, a conoscere e a scoprire chi è Dio. Il
prossimo, mio marito, mia moglie, mio figlio, il mio amico è l'infinito che mi
raggiunge attraverso la persona più vicina. La casa allora è la scuola della
carità, luogo dove imparo ad amare. La famiglia è il primo luogo, il primissimo
luogo dove impariamo la carità. La realtà allora non è più ostile, qualcosa di
cui avere paura o qualcosa da cui difendersi, ma luogo dove c'è qualcuno che mi
aspetta. La realtà non è più ostile, diventa luogo in cui c'è qualcuno che mi
aspetta. La guerra contro il male è già stata vinta da Cristo per me. Questo
cambiamento di sguardo e del cuore non può che avvenire se non nel silenzio e
nella preghiera, nella esperienza concreta e reale dell'essere perdonato.
Settimana scorsa sono stato in vacanza con un gruppo di scuola di comunità di
Milano e lì tra le tante cose mi ha colpito un padre, un giovane padre che
raccontava: "siamo partiti da casa ed io ero arrabbiatissimo. Mio figlio
me ne aveva fatte di tutti i colori, una dietro l'altra. Proprio non ne potevo
più. Mi son fatto tutto il viaggio per arrivare fin qui arrabbiato. E la sera
quando me ne sono accorto (che odiavo mio figlio) mi sono sentito male. Allora
l'ho chiamato e gli ho detto: «papà ti vuole sempre bene però oggi è stato
veramente difficile, oggi è stata veramente dura. Mi perdoni?»". Il
bambino non ci ha pensato nemmeno un secondo, è corso e lo ha abbracciato. E il
papà mi diceva: "sai, io in quel momento mi son sentito perdonato come quando
vado a confessarmi, ho sentito quell'abbraccio come un sacramento". E io
gli ho detto che è proprio così. Dobbiamo imparare fra di noi a chiederci
perdono, non dare per scontato che siccome siamo del movimento allora basta
fare un po' di scuola di comunità e tutto si risolve. Se non chiedo mai perdono
a mio marito, a mia moglie, se non vivo questa esperienza di essere abbracciato
non capirò neanche la scuola di comunità. Sarà sempre come un qualcosa di
estraneo. Non è possibile amare senza la preghiera personale, senza la
preghiera comune. Non è possibile amare senza la confessione. In una famiglia
dove non si prega assieme si pongono le premesse per il suo disfarsi. È proprio
l'esperienza del perdono allora che mi permette, come dicevo prima, non avere più
paura delle proprie ferite, della propria incapacità, perché c'è questo luogo
che mi accoglie e mi rilancia sempre nella realtà. ... La comunione, la nostra comunione
non è una organizzazione ma è un legame vitale. Che la Vergine Maria ci
accompagni in questa lotta quotidiana che innanzitutto si gioca nel campo del
nostro cuore.
Don Daniele Dizione